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Mi chiamo Andrea e non è un caso. Sono nato nel 1972, in pieno fervore musicale di rivolta e protesta sociale e devo il mio nome, naturalmente ai miei genitori, ma anche a Vittorio De Sica che, proprio in quell’anno fatidico, diresse il film “Lo chiameremo Andrea” con Nino Manfredi e Mariangela Melato. 

Ecco di seguito la breve trama del film da Wikipedia:

“Paolo e Maria sono due maestri elementari, che si amano, ma non riescono ad avere un figlio. Fatti i dovuti accertamenti apprendono che ciò è dovuto all'infertilità di lei a causa di piccole imperfezioni organiche, peraltro superabili con un cambiamento dello stile di vita. Prese tutte le precauzioni, tra le quali una tenda ad ossigeno per ovviare l'inquinamento dell'aria dovuto ad un cementificio vicino, ella resterà incinta, ma sarà solo una gravidanza isterica che non riuscirà a confessare al marito”.

Chi non crede alle coincidenze che a volte sono così causali ma anche così aderenti alla realtà? Mentre Paolo e Maria del film non sono riusciti ad avere un figlio, i miei genitori sono riusciti ad averlo, ma nei successivi sessanta giorni hanno seriamente rischiato di perderlo. 

Mi dettero un nuovo tipo di latte in polvere, innovativo per quell’epoca (di grande fervore progressista), ma il mio piccolo stomaco non riusciva proprio a digerirlo. Per cui, la notte soffocavo ed i miei poveri genitori correvano in ospedale dove mi furono somministrate talmente tante iniezioni, addirittura sui miei piccoli piedini, per farmi superare le crisi.

Nonostante tutte le medicine e cure immaginabili a quell’epoca, i disturbi peggiorarono perché quel famigerato e moderno latte non mi veniva tolto e mia madre, quando venne ad apprendere della previsione dei miei ultimi quaranta giorni vita, sulle scale dell’ospedale si rivolse con tanta veemenza al primario dicendogli di cambiare ospedale e di rivolgersi ad altro primario o pediatra o qualsivoglia dottore, se non fosse riuscito a salvarmi la vita.

Mia madre era una donna molto forte e battagliera e mi salvò la vita. Mi portò da un altro pediatra che non esitò molto ad individuare la causa del mio male di vivere appena nato, ovvero quel famigerato latte in polvere progressista e moderno!

Superata questa crisi cruciale dell’inizio della mia vita, venne poi il silenzio….cioè fino ai tre anni di vita, praticamente non riuscì a pronunciare molte parole. Mia madre si preoccupò di questa situazione e nelle visite di controllo con quel grande pediatra che mi riportò alla vita, riferì di quei miei silenzi profondi e duraturi. 

Mi controllarono le corde vocali e il pediatra, con grande sorriso, disse a mia madre: “Andrea non ha nulla e quando parlerà, lo farà così tanto da recuperare tutte le cose non dette in questi primi tre anni!”.

Mai previsione fu più azzeccata; non solo riuscì a parlare finalmente ma diventai anche un grande chiacchierone e non mi staccai più dalla voglia di parlare. A ciò contribuì anche la lettura. Amo leggere i libri di qualsiasi tipo e lo faccio in tutte le circostanze: sul tavolo comodamente seduto, in poltrona sdraiato o reclinato, in macchina (quando non guido…senza avere il voltastomaco), in bagno, in aeroporto, in ospedale, all’aperto ovvero in ogni posto del mondo in cui c’è uno spazio da occupare con la mia presenza fisica ed il mio immancabile libro.

Grazie a questa passione, ottenni sempre bei voti in italiano, tranne che nel corso delle medie inferiori, in cui trovai un professore scorbutico ed insolente che si lamentava (udite, udite) del mio fare prolisso di scrivere almeno due fogli protocollo, ad ogni prova scritta di italiano. Per cui non riuscì ad andare oltre il voto distinto (corrispondente al 7/10 di quel periodo) all’esame finale di terza media. Ma alle superiori trovai due professoresse meravigliose che si innamorarono del mio modo di scrivere e mi consentirono di andare oltre le due ore previste per la consegna del compito, per completare i miei lavori così lunghi e complessi.

Mi piaceva molto studiare ed anche ora che sto percorrendo l’anno che mi porterà ai miei primi cinquant’anni, non smetto mai di apprendere nuove cose.

Ma ritorniamo al mio percorso di studi. All’età di diciassette anni ebbi una folgorazione a seguito della prima lezione di economia in classe, frequentando il P.A.C.L.E. (corso superiore per Periti Aziendali e Corrispondenti In Lingue Estere). Rimasi impressionato dalla frase del professore che disse: “Ricordatevi che in economia la somma degli effetti non è sempre corrispondente al risultato matematico….2+2 non fa sempre 4 ma a volte 5 a volte 2 ma potrebbe anche essere 1 perché l’economia è data da quello che noi tutti quotidianamente facciamo che non corrisponde sempre ad una logica matematica”.

L’idea di riuscire a seguire un corso di studi in cui finalmente la matematica non fa da padrona al tutto mi appassionò così tanto da iscrivermi alla facoltà di economia e commercio. 

In quel periodo di studi intensi, fui preso da un’altra passione ovvero quella del volo. Grazie a mio zio, anche lui molto appassionato, mi iscrissi ad una scuola di volo in montagna per parapendio. 

Fu quello il periodo più bello della mia vita, ricordo l’aria della montagna, l’odore dell’erba, le sveglie mattutine per raggiungere il punto di decollo, il primo volo libero in cui eri seduto e sospeso in cielo, con un’enorme ala sopra di te, e le ginocchia che traballavano dalla paura perché sotto ai piedi non c’era più niente su cui sorreggersi. 

Il volo era diventata parte integrante di me, al punto di non riuscire più a parlare di nient’altro che non fosse attinente a questa passione nel mio tempo libero. E gli effetti non mancarono anche sul gentil sesso; gli occhi mi brillavano parlando della mia passione del volo e di questo se ne accorsero anche le ragazze, amiche e non, con cui mi relazionavo.

Non pago di quest’esperienza, decisi anche di passare al volo aereo vero e proprio per cui m’iscrissi ad una scuola di volo con aerei a motore presso l’aeroclub di Falconara Marittima (AN), conseguendo il brevetto di pilota privato. 

Me lo ricordo benissimo il primo volo da solo (dopo le dodici ore del corso), con il piccolo aeromobile a due posti, intorno all’aeroporto di Falconara. Rimasi talmente estasiato di quest’esperienza da rimanere senza il diesel in autostrada! (con conseguente traino del carro-attrezzi). 

E la cosa non finì qui. M’iscrissi anche al corso di brevetto commerciale per diventare istruttore o per svolgere lavoro aereo ed ebbi la fortuna di avere dei professori provenienti direttamente dall’Alitalia, con tutto il loro bagaglio di conoscenze e “trucchi” del mestiere. Svolsi l’esame all’ENAC di Roma e conseguì quindi anche questo brevetto, oltre alla fonia in inglese.

Ma nel frattempo mi stavo laureando e dovevo scegliere il mio percorso di vita. Ancora una volta, l’economia e gli studi che erano stati dietro a questa primordiale passione, ebbero la meglio per cui da aspirante pilota di linea mi ritrovai a vestire i panni dell’aziendalista ed economista, prima in un ente pubblico, quindi in uno studio commerciale e alla fine nell’azienda in cui lavoro attualmente.

Non ho accennato ad un’altra mia passione: le lingue straniere. All’età di sei anni, in piena mia espansione linguistica, dovuta al periodo di trattenimento dei miei primi tre anni di cui ho narrato sopra, mia madre mi mandò da una professoressa a imparare l’inglese. Da considerare che eravamo nel 1978 e non era proprio scontato per un piccolo bambino della provincia marchigiana come me, avere un’insegnante di inglese a sua disposizione.

La lingua inglese mi permise anche di arrivare al rock n’roll. Canticchiando le canzoni dei Beatles, arrivai ai Led Zeppelin, ai Pink Floyd e qualsiasi altro artista del contesto anche italiano. Alle scuole medie inferiori, imparai il francese. Feci esperienze all’estero, negli anni successivi, per apprendere meglio le lingue studiate a scuola; a Ginevra, ospite in una casa nell’ambito di un programma di scambio studentesco, a Maidenhead, in Inghilterra, appena finito il quarto anno di scuola superiore come ragazzo alla pari e a Los Angeles, negli USA, nella pausa estiva del secondo anno di università.

In definitiva, mi piacciono così tanto le lingue da voler apprenderle ed impararle tutte. Per questo da sei anni mi sto dedicando allo studio del tedesco. E’ curioso parlare della ragione che mi spinse ad apprendere questa lingua ovvero il desidero di leggere gli scritti di Beethoven direttamente nella sua lingua madre. Per quale motivo ciò sembra curioso? Semplicemente perché questa passione delle lingue, che mi spinse ad apprendere l’inglese ed il francese e che ora mi spinge ad apprendere il tedesco porta con sé un’altra passione, di cui ho parlato sopra, ovvero quella della musica.

Per cui, all’età di trentanove anni, a seguito di un evento traumatico (la morte prematura di mia sorella di cancro) decisi di iniziare lo studio di uno strumento musicale e non potei fare a meno di scegliere la chitarra acustica. La musica divenne il mio rifugio inespugnabile e mi provocò gioie e dolori. Si ho detto bene, gioie ma anche proprio dolori perché al secondo anno di studio, mi arrivò una forte tendinite al braccio sinistro, causata dalla posizione non ortodossa di tenere lo strumento e dalla voglia di imitare lo stile di Slash dei Guns N’Roses, con la chitarra posizionata all’altezza del bacino, in posizione quasi orizzontale.

“La musica ha il potere di farci sentire sempre migliori”. Questa frase, scritta sullo spartito ridotto per l’accompagnamento con il pianoforte de “Il Flauto Magico” di Mozart, in occasione di una rappresentazione a teatro, ben rappresenta la funzione propedeutica della musica per il nostro vivere e crescita individuale.

Non pago dello studio di un solo strumento, iniziai quattro anni fa anche lo studio del pianoforte classico ed ecco quindi svelato il motivo per cui, sono così interessato allo studio del tedesco per leggere gli scritti di Beethoven direttamente nella sua lingua.

Di passione in passione, credo sia opportuno concludere questa mia breve autobiografia parlando della clown terapia e del volontariato. Non potrei immaginare finale più degno di nota che quello di sintetizzare tutte queste mie passioni nella figura del mio clown “Mirtillo” a cui sto dedicando molto del mio tempo libero, al pari della musica. 

Essere clown significa costituire il tramite, il ponte per moltiplicare e sviluppare le emozioni. Diventare clown vuol dire dedicare il proprio tempo libero a tante ore di formazione. Vivere il clown significa, per me, incanalare energia negativa per cambiare la direttrice e farla diventare energia positiva.

Tutto iniziò, per caso, da un manifesto pubblicitario che mi colse l’attenzione mentre parcheggiavo l’automobile. Fu così che partecipai ad un corso intensivo di un weekend in cui presi coscienza di esercizi di clown terapia per il mio benessere individuale. 

Il passo successivo fu quello di iscrivermi ad un’associazione di volontariato per partecipare ad un corso estensivo di cinque weekend per “di-strutturare” me stesso alla ricerca del mio personaggio clown.

Fu in quella situazione che presi coscienza reale del valore del volontariato a cui tanto si dà ma che tanto poi si riceve in cambio e non mancai di iscrivermi al corso di clown dottore di ben 400 ore, a cui partecipai dal mese di Luglio 2019 fino al mese di Novembre 2020 con conseguimento del diploma di qualifica di secondo livello “Operatore in Attività Integrative Socio-Sanitarie (Clownterapia)”. 

Nel mese di Luglio 2020, sono entrato a far parte dell’Aps TOC di Pesaro. A causa della pandemia da Covid-19 ho avuto l’opportunità di partecipare solo a due incontri in presenza e alla formazione/supervisione a distanza.

Nei mesi di Novembre-Dicembre 2020, ho partecipato al Progetto europeo SAFE “Formazione Policy per la tutela dell’Infanzia e dell’adolescenza”, grazie all’Aps TOC, organizzato dal Centro Sportivo Italiano, in collaborazione con la Comunità Papa Giovanni XXIII, Azione Cattolica e Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, della durata complessiva 18 ore (3 moduli da 6 ore).

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